Archivio per la categoria ‘Filosofia’

Agguato in discoteca

giugno 4, 2010

La discoteca è oramai diventata, in particolar modo per i giovani, un luogo fisso d’incontro e di passatempo, un luogo dove trascorrere una piacevole serata o anche pomeriggio. La teca del disco, o discoteca richiama infatti con le sue vivide , ma ipnotiche luci, l’imbelle gregge ignaro del suo futuro macello, la strage della droga. Le persone, il gregge, infatti ormai sono la maggior parte di esse, più attratte e attente alla forma che al contenuto, venendo così ingannate dall’apparente innocenza del falso splendore delle luci della discoteca facendosi così trasportare da un’istintuale onda fatta di confusione mentale e di bisogni materiali ,che porta solo alla deriva, la deriva della nostra anima che si lascia così affogare dagli impulsi. Non si riescono a scorgere le insidie che essa rappresenta, non si è capaci di riconoscere l’ormai palese identità Discoteca=Droga una relazione chiara e abbagliante come le sue luci. Questo luogo, diventato oggi quasi di “culto”, non è solo propedeutico all’assunzione di droghe perché è facile trovarle ma soprattutto perché in assenza di esse la discoteca elabora un ingegnoso sistema per sostituirle, un metodo che permette quasi di ricavare il loro stesso effetto. Con di accensione e di spegnimento, in rapida sequenza, delle luci si riesce infatti a dare un effetto rallentato come se tutto ciò che uno vede si svolga più lentamente rispetto a ciò che normalmente abbiamo visto. Si ha quindi una significativa distorsione del reale, volta a dare, alla persona che la prova, lo stesso o quasi effetto delle droghe. Dopo alcuni minuti di questo effetto al rallentatore, accompagnato da un sottofondo musicale a dir poco ossessivo, ripetitivo e angosciante, si incomincia a percepire il mondo in maniera diversa: tutto sembra più semplice, siamo più sciolti e spensierati, tutto è molto più bello di prima anche perché noi ci muoviamo e parliamo quasi senza coscienza, sorge in noi una sorta di irresponsabilità verso ogni atto da noi compiuto. L’obbiettivo è lo stesso delle droghe, vuole donare felicità gratuità e vuole donare alle persone qualcosa di nuovo perché anche la nostra realtà non basta più, vogliamo qualcos’altro, qualcosa di nuovo, un qualcosa che ci scuota dal nostro torpore esistenziale. Mon è forse questa apparente normalità ad essere invece la più stravagante? Davanti a noi c’è un capolavoro fantastico:la creazione, il più grande e inquietante mistero di tutti i tempi. Non è fantastico poterne essere coscienti? Non è anche strano pensare che tutto sia un caso, privo di significato? Le persone che sono ossessionate dal nuovo sono quelle che meglio hanno frainteso la meraviglia della vita, la nostra grande opportunità per contemplare il creato. Inoltre si pecca anche di superbia perché non essendo interessati dalla nostra vita e dalla finta normalità si cerca qualcosa di nuovo, ma così facendo si dichiara implicitamente di conoscere la normalità. In poche parole si afferma di essere superiori e disinteressati dai grandi problemi come la creazione e altri misteri, che sono sempre nuovi, così superiori da dilettarsi nel provare qualche esperienza alternativa, una sorta di realtà parallela. Il cercare sempre qualcosa di nuovo ha a che fare con il processo di abitudine che tende a normalizzare e appiattire ogni cosa. Anche la realtà alternativa proposta dalle droghe e dalle discoteche, se praticata sempre e continuamente finirebbe per diventare normale inducendo così le persone a ricercare il nuovo nella normale realtà che apparirebbe in questo modo nuova e sorprendente, come è realmente. La sensazione che qualcosa sia per noi normale non è legata in alcun modo alla composizione o all’essenza della cosa osservata, bensì da quanto il nostro occhio la osserva, più la si contempla e più non ci appare come all’inizio, nuova e affascinante, ma normale e monotona. Anche la stranezza della nostra realtà è stata normalizzata e appiattita facendola diventare sempre uguale e scontata, levando quindi quel velo di mistero che invece bisognerebbe mettere. È compito dei filosofi porre rimedio a ciò cercando e giurando di non abituarsi mai a nulla.
Il filosofo riesce a meravigliarsi di tutto, anche delle cose ritenute normali, il filosofo unge la realtà di mistero per poi spendere tutta la sua vita per tentare di rimuoverlo, peccato che però il materiale con cui unge la realtà sia indelebile.
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Causafe (causa ed effetto) del grande meccanismo

giugno 4, 2010

Noi umani siamo molto bravi a maneggiare meccanismi, ovvero tutto ciò che non operi secondo un proprio pensiero o logica(computer,elettrodomestici,ecc), ma non capiamo che noi stessi in realtà siamo un po’ come loro perché noi apparteniamo ad un unico e grande meccanismo, che è l’universo che con le sue molle e rotelle si muove organicamente. Ma siamo anche un po’ diversiva loro perché, sebbene abbiamo per natura un corpo meccanico, veniamo comandati dal nostro animo che non sottostà al grande meccanismo e che quindi è libero. Il grande meccanismo universale segue gli stessi cicli e percorsi, e solo ogni tanto potrebbe sembrare che il suo ciclo cambi, ma è un’illusione perché fa parte anch’essa del grande meccanismo. Ad un certo punto però questo meccanismo si interrompe o qualcosa al suo interno cambia, qualcosa che non era prevista, che non faceva parte del meccanismo originale, un evento non previsto. Ecco che allora le rotelle cambiano direzione , luogo e posizione mettendo in discussione e rendendo vano il meccanismo che le muoveva.

E’ un Genio.

Un Genio che è in grado di annullare tutto quello che prima altri avevano affermato, un rivoluzionario che rispetto agli altri vede il mondo da un altro punto di vista, un punto capace di mettere in discussione e in dubbio tutte le conoscenze prima acquisite. Il Genio è paragonabile al meccanismo che cambia, con le sue rotelle e molle, perché anche lui va oltre il percorso prefissato dalla società o dalla scienza, scegliendo percorsi alternativi e non inclusi nel meccanismo arrivando, grazie ad essi, a conclusioni che non si sarebbero mai potute avere senza prendere vie alternative.

Violate le regole imposte dal meccanismo, scegliete altre vie, altri modi di pensare, un modo tutto vostro e sicuramente vedrete ciò che altri non hanno visto perché ciò che uno vede non può essere visto da altri, ma ciò che uno non vede può essere sicuramente visto da altri. In poche parole, ognuno avendo un punto di vista personale o unico potrà arrivare a conclusioni che possono derivare esclusivamente da quel punto e quindi essere impossibili da pensare per altri che non hanno lo stesso punto di vista o modo con cui apprendere e vedere le cose. In altre parole ancora ognuno ha sempre qualcosa da dare, ma anche altrettanto da imparare. Ricercate qualcosa di vostro e di unico e sicuramente farete conclusioni che altri non hanno fatto, ma attenzione perché il proprio punto di vista viene continuamente influenzato dall’esterno, la cosa importante è ricercarlo con convinzione e solo così si potranno vedere cose che altri non hanno visto.

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Sbarre invisibili di Lorenzo Vogelsang

giugno 4, 2010
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La nostra mente viene manipolata e modificata dalla nostra società e da tutto ciò che ci circonda come fosse das, affinché una volta induritasi, cioè quando si è ormai anziani, non sia più possibile modificarla rendendo così permanenti le modifiche che altri vi hanno apportato. Siamo come rinchiusi dentro una gabbia, che ci separa dall’esterno, la verità, e che così rende impossibile poter uscire dalle sbarre, che rappresentano la ignoranza, costringendoci a vivere in un mondo fittizio, un mondo dove la cosa imprigionata non è il nostro corpo, ma la nostra mente incatenata dai pregiudizi e dall’ignoranza. Si vive come dentro uno zoo, dentro una gabbia per la nostra mente, incapaci di reagire, e come animali ci viene chiesta la nostra esibizione per attirare il più possibile i visitatori, le persone libere che però non hanno voglia di liberare gli altri e che poi ritorneranno allo zoo per alimentare il grande meccanismo dello zoo umano. La prigione non è di tipo fisico, ma puramente ideologico, e quindi l’unico modo per uscire dalla gabbia, che sono solo idee, è di riuscire a trovarne altrettante di più forti per annientare o annullare quelle che ci tengono rinchiusi. Una prima libertà all’interno dello zoo la si ottiene trovando la propria chiave, la nostra consapevolezza che in realtà le sbarre non esistono, riuscendo a trovare così le idee in base alle quali le sbarre non scaturiscano alcun effetto di imprigionamento sulla nostra mente. Una volta trovata la chiave si è quasi liberi: la propria rotella collegata al grande meccanismo che ci governa incomincia, piano piano a staccarsi dal meccanismo. Molte persone però non riusciranno mai ad uscire perché non riescono a trovare la loro chiave; il loro unico modo per farlo è quello di avere la fortuna di trovare la persona che con la sua chiave riesca anche ad aprire oltre alla sua, le gabbie altrui, in grado cioè di aprire più menti. Una volta aperta la gabbia bisogna far fronte ad un altro problema: le guardie. Anche se può sembrare più semplice rispetto al trovare la chiave, sono molte le persone che una volta arrivate a questo punto interrompono il loro cammino verso la liberazione. Le guardie non sono nient’altro che i ripensamenti o le paure che l’animo può avere, in previsione della sua futura liberazione. La liberazione, se da un lato porta la facoltà incondizionata di giudizio e di scelta, dall’altro implica l’assunzione di molte più responsabilità di quando non si era liberi. E’ per questo che molte persone arrivate a questo punto preferiscono ritornare nella propria gabbia dove sanno che non correranno alcun pericolo, perché protetti dalle loro sbarre. Superati i possibili ripensamenti ci si avvia alla fine dello zoo e all’inizio della libertà. L’uscita dallo zoo rappresenterebbe le realizzazione finale dell’uomo, la sua ultima maturazione. Ogni persona trova la sua uscita a modo suo: cè chi senza un’aiutino, come dei segnali, non arriverebbe mai all’uscita, mentre altri addirittura trovano delle scorciatoie dirette per l’uscita, impazienti di avvicinarsi sempre più all’uscita. Come ogni cosa difficile la corsa verso la libertà( bisogna correre perché non si sa mai se si arriverà in tempo) offre la sua ricompensa:non una libertà vera, ma la consapevolezza di non essere tali, anche una volta usciti dallo zoo. Perché la liberta è solo consapevolezza, la consapevolezza di non essere tali. La libertà non è condizione ma consapevolezza. È un po’ come ”Io so di non sapere di Socrate” una consapevolezza di non essere tali, quasi una contraddizione. Una volta usciti dallo zoo sicuramente le persona saranno più libere di prima, ma non è all’uscita che bisogna fermarsi: bisogna continuare la propria ricerca senza mai porre limite o barriere perché così facendo non si sarà neanche lontanamente liberi o saggi. Secondo infatti l’affermazione di Socrate coincide con quella sopraccitata sulla libertà. Più si riesce a comprendere il mondo intorno a noi e più riusciremo, anche se sempre in parte e con presupposti potenzialmente falsi, a trovare la nostra libertà che nient’altro è che saggezza. Una saggezza che però deve essere disinteressata, senza un preciso fine, se non quello esclusivo di sapere. Una saggezza non corredata da pregiudizi e superbia, bensì da amore e una profonda umiltà. Bisogna conoscere i propri limiti e accettarli, bisogna quindi sapere di non sapere. Solo questa è la nostra unica e possibile certezza. Questo però non deve essere affiancato da una visione limitante e altamente riducente delle potenzialità umane, bensì deve spronare le persone a sapere sempre di più e al miglioramento collettivo. Io spero che sempre più persone riusciranno a capire fino in fondo l’incitamento di Socrate perché così facendo ci si avvierebbe sicuramente verso un mondo migliore.
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Philosophacker

giugno 4, 2010

Hacker:“persona che si diverte ad esplorare i dettagli dei sistemi programmabili e che ne espande le capacita’, al contrario di molti utenti che preferiscono apprendere il minimo indispensabile ” (traduzione dal Jargon File).

Questa forse la definizione “ufficiale” del termine, ma in realtà cosa vuol dir bene questa parola?
Chi è un hacker, o meglio cos’è l’hacking?

Tutto naque negli ormai lontani anni 50 al M.I.T quando gruppi di giovani ragazzi incominciarono ad associare al termine “hack” il significato dell’odierno “goof”(goliardata), solo successivamente incominciò ad associarsi questo termine con quell’odierno di guru del computer, di “sperimentatore informatico”.
Come per tutte le grandi parole anche questa risulta difficile da definire e da “circoscrivere” in modo oggettivo, anzi credo che l’essere hacker sia qualcosa di molto soggettivo, che io tenterò di descrivere nelle prossime righe.

Innanzitutto credo che questo termine, ormai, non indichi più solamente il grande amante di informatica, il grande guru del PC, ma che il suo significato, il suo “segnale portante” possa essere annesso anche agli altri campi del sapere; l’hacker infatti è in primo luogo un amante del sapere e credo non solo quello informatico.
Infatti non si può essere veramente esperti di informatica se non si hanno anche delle nozioni di elettronica, chimica, matematica; tutti i campi del sapere sono sottilmente collegati, come se in ogni branca o disciplina esistesse nascosta una backdoor in grado di mostrarci il collegamento nascosto tra lei e le altre discipline, tutto sta nel trovarla ed è in questo che l’hacker si impegna.
L’hacker è un “curiosone”, “smonta” il mondo per apprenderne il suo funzionamento più profondo, l’hacker disasembla la realtà non per distruggerla ma casomai per ricostruirne una migliore.
Il problema dell’hacker è quello di voler sapere sempre di più, e paradossalmente più acquisisce informazioni e più si rende conto di quante ancora ne abbia bisogno, l’hacker non è mai soddisfatto, è sempre alla ricerca di qualcosa anche se forse neanche lui sa bene cosa:

“So perchè sei qui Neo, so cosa stai facendo, so perchè non dormi, so perchè vivi da solo e perchè una notte dietro l’altra lavori al tuo computer.. Tu stai cercando lui, lo so perchè a suo tempo ho cercato la stessa cosa, e quando lui ha trovato me ha detto che non cercavo qualcosa di preciso ma che cercavo una risposta. E’ la domanda il nostro chiodo fisso neo, è la domanda che ti ha spinto fin qui, e tu la conosci come la conoscevo io”(Matrix, 1999)

E’ la domanda il chiodo fisso dell’hacker, e l’hacking è la sua risposta.
L’hacker ama il sapere, ed è per questo che è un vero filosofo. Si l’hacker credo sia in realtà il filosofo moderno, colui che ama il sapere (da qui infatti il termine Filosofia, Philo in greco vuol dire amore e Sophia sapienza, quindi amore per il sapere).
L’hacker sa di non essere hacker allo stesso modo in cui Socrate affermò che l’unica cosa che in realtà veramente sapeva era che non sapeva, il famoso “io so di non sapere”.
L’hacker infatti, sa di non sapere, ma è proprio questa la spinta adrenalica in grado di alimentare il suo percorso infinito di ricerca.
L’hacker non è tale per le sue grandi, enormi conoscenze che ha nell’ambito informatico e non solo (infatti penso che ci siano molte persone con molte conoscenze ma che non sono hacker) ma più che altro per la causa di tale sapere, per ciò che lo spinge ad imparare sempre di più, e questa cosa si chiama appunto Philosophia, amore per il sapere. In questo penso si veda il vero hacker, dall’amore, dalla passione che mette nell’apprendere e non tanto nelle conoscenze che oggettivamente possiede (e che pertanto gli vengono riconosciute dall’esterno) poiché tali conoscenze sono sempre finite e sempre superabili, mentre infinita è la sua causa:l’amore e la voglia di sapere che l’ha prodotte.
L’hacking è un attitudine, uno stato mentale, un viaggio “Into the wild” alla ricerca dell’inesplorato, dell’incontaminato, alla ricerca di “un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini, un mondo in cui tutto è possibile.”(Matrix, 1999).

Gli hacker sono una comunità, a volte ribelle, ma con dei principi, degli ideali con i quali lottare, in cui credere ciecamente. L’hacker non è un criminale, Hackers Are Not Criminal, l’unico loro, crimine è di essere più curiosi del normale, e questo da fastidio al “potere” perché una persona che pensa è molto più pericolosa di una massa di ignoranti.

“Noi esploriamo… e ci chiamate criminali. Noi cerchiamo conoscenza… e ci chiamate criminali. Noi esistiamo senza colore di pelle, nazionalità, credi religiosi e ci chiamate criminali. Voi costruite bombe atomiche, finanziate guerre, uccidete, ingannate e mentite e cercate di farci credere che lo fate per il nostro bene, e poi siamo noi i criminali”(Hacker Manifesto by The Mentor).

Ma come Socrate difese i suoi ideali fino alla fine, cosi gli hacker resterranno uniti per affermare le loro ragioni e il loro modo di vedere il mondo, che è assai più profondo della società e dei suoi “soap” modelli che propone.

Infatti

“Potete anche fermare me, ma non potete fermarci tutti… Dopo tutto, “Siamo tutti uguali”(Hacker Manifesto by The Mentor)

Hacking è anche ribellione, scacco matto al sistema, lotta per garantire la libertà di comunicazione e interscambio a tutte le persone, tutti possono essere hacker poiché tutti possono volere e basta solo quello per incominciare a volare.
Hacking è Open Source, l’inno alla libertà di pensiero, hacking è tutto ciò che promovue la condiviosne del sapere, poiché un sapere non condiviso è uguale ad un non sapere. Come dice Pomponazzi “la virtù è premio a se stessa”, cioè l’hacker non è hacker per dimostrarlo a qualcuno ma per suo puro piacere, l’hacker non si vanta mai di esserlo altrimenti smetterebbe automaticamente d’esistere.

FINE
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