Zero, la sintesi dell’umanità (Maturità 2006)

Il filosofo francese Blaise Pascal interpreta in modo assai originale la condizione umana: l’uomo come continuo tendere tra il nulla e il tutto (l’infinito), e l’essere umano quindi come esistenziale contraddizione. Infatti l’uomo è grande solo se si riconosce miserabile. Nell’immagine che segue ho cercato di riproporre in maniera grafica e matematica la condizione esistenziale dell’uomo: al suo tendere all’infinito (la sapienza, l’arte, l’amore eccetera) l’uomo si scopre miserabile di fronte alla morte, mentre tendendo al nulla si riscopre un essere potenzialmente infinito.

x = uomo

Phil0s0phia: la filosofia del nulla (Maturità 2006)

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Il paradosso del nulla

“Il giudizio originario come posizione del piano fenomenologico esprime che è per se o immediatamente noto che l’essere è” (Enrico Nicoletti, La crisi della filosofia e il significato delle scienze). Così il Professor Enrico Nicoletti si esprime riguardo all’essere e cosa voglia voglia dire essere, enunciando il famoso enunciato Parmenideo: l’essere è e non può non essere. Sembra di prime facie un enunciato banale ma non lo è affatto. Sembra scontato affermare che posto un oggetto esistente (es. un barattolo) questo non può contemporaneamente non esistere. Perché, da cosa deriva questa Legge? Soprattutto siamo sicuri che il non essere non esista in modo assoluto? E se non esistesse cosa vorrebbe dire, quale sarebbe il significato tradotto nella nostra realtà? Il concetto di essere parmenideo, e la sua validità si basa sul principio di non contraddizione aristotelico (ma non in senso cronologico). Cerchiamo però di fare chiarezza tra l’apparente uguaglianza tra il principio di non contraddizione di Aristotele e e l giudizio parmenideo sull’essere. Essi infatti sembrano essere la stessa cosa poiché anche il principio di non contraddizione ammette che “l’essere è e non può non essere” ma non bisogna farsi ingannare. Infatti il principio di non contraddizione è la forma generale di un principio logico (cioé appartenente alla sfera del linguaggio, del ragionamento, del discorso) applicabile a qualsiasi tipo di situazione (es. il rosso non può contemporaneamente essere verde), pena l’insignificanza della proposizione stessa; la sua non accettabilità dal punto di vista logico, è una legge grazie alla quale e solo grazie alla quale possiamo “vedere” e capire ciò che ci circonda. Questo principio come tutti i principi logici (che non ammette dimostrabilità senza ricadere in un circolo vizioso) però è valido solo dal punto di vista logico (cioè al livello del pensiero) e non ontologico (la realtà, l’effettualità delle cose). Ad esempio questo sillogismo è dal punto di vista logico corretto ma non è certamente applicabile alla realtà.

P1 Tutti gli esseri mortali sono cavalli

P2 Socrate è mortale

P3 Socrate è un cavallo.

Si può facilmente intuire che Socrate non fu un cavallo e altrettanto facile capire che, nonostante ciò , il ragionamento logico non corrisponde all’effettività delle cose. La necessarietà della seguente legge e cioè che se A=B e B=C allora A=C non garantisce alcuna corrispondenza tra i dati veicolati dal ragionamento logico e la loro corrispondenza nel mondo reale. Quindi ritornando al principio parmenideo dell’essere che altro non è che il principio di non contraddizione applicato ai concetti di “essere assoluto” e “non essere assoluto” come possiamo affermare che tale enunciato sia vero sia dal punto di vista logico che ontologico? Non è possibile se non risolvendo il “problema del rapporto tra linguaggio, pensiero, ed essere” (Ibid). Anche però dal punto di vista puramente logico questa affermazione crea non pochi problemi. Infatti sempre secondo Nicoletti  ”il significato non essere è allora un significato di autocontraddittorio in quanto significa il toglimento di sè e , insieme, è un significare che quel toglimento contraddice” . In parole più semplici dato che il concetto di non essere assoluto è quello del non esistere di niente, allora neanche il concetto di non essere stesso non dovrebbe esistere. Se infatti il non essere esprime la sua autoannichilazione e cancellazione, la cancellazione di ogni cosa e significato, non è possibile che il non essere abbia questo significato, cioè la cancellazione di tutto quindi anche del suo significato, pena una contraddizione interna. Cos’è quindi questo non essere? Platone dopo Parmenide intese il non essere come un non essere relativo, che tradotto rappresenterebbe semplicemente il concetto di diverso. Secondo questo concetto infatti il non essere qualcosa , implica contemporaneamente invece essere qualcos’altro.Esempio: il rosso non è il verde , ciò non vuol dire che il rosso non sia in forma assoluta, non vuol dire che non esiste ma che è appunto non è verde! Il rosso quindi è diverso dal verde. E’ su questo concetto che Eraclito basò la sua filosofia del divenire; il divenire per lui non era altro che continuo cambiamento, un eterno “tutto scorre” e ciò implica il concetto di trasformazione e con esso il diverso e quindi il non essere. Per Parmenide infatti la non esistenza del non essere era da rintracciare nel concetto di diverso. Se le cose cambiano, per Parmenide, qualcosa smette di esistere ma ciò non è possibile, dunque le cose non cambiano. Inoltre “dopo Platone il problema del non essere assoluto rimane pressoché nell’oblio del pensare fino all’epoca contemporanea con Hegel, Bergson,Heidegerr ecc”. Quindi allora cos’è questo non essere? Esiste o non esiste? Se si oppure no com’è possibile? Nessuno lo sa, ed il mio nome non è Nessuno.

La filosofia del nulla per eccellenza è forse la corrente del nichilismo (derivante dal latino nihil, nulla) che pone alle sua basi appunto il nulla.. Infatti Nietzsche, fondatore di questa corrente di pensiero, elimina ogni valore andando “aldilà del bene e del male” e postulando un sistema senza basi , un sistema che in realtà non sia un sistema, un sistema dove non è possibile alcuna moralità in senso forte . Per il filosofo infatti la vita è essenzialmente un non-senso, un grave ed opprimente incidente cosmico. La vita non ha scopi predefiniti, l’uomo non deve attenersi a valori morali assoluti (poiché inesistenti) ma soprattutto la vita dell’uomo non ha più Dio: Dio è morto. Dio anche è nulla per Nietzsche, è morto o meglio non è mai esistito. La prospettiva di vita in un sistema dov’è bandita qualsiasi “assolutezza” e qualsiasi tentativo di dare significato sembrerebbe porre non alternative se non il suicidio o comunque una tortura perenne. La soluzione invece data da Nietzsche è nel super-uomo, un uomo capace di accettare la realtà per quello che che è : una realtà senza valori morali predefiniti, un mondo senza Dio ne fede. E’ questo l’uomo nuovo profetizzato dal filosofo, il solo uomo in grado di vivere la vita veramente poiché è il solo uomo che “vede” la realtà per quello che è, senza inutili ornamenti.

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Open Source

GNU

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L’iniziativa del software libero venne lanciata ufficialmente nel 1983 quando venne presentato il progetto GNU (GNU is not unix) , da parte di Richard Stallman, una licenza alternativa ai modelli proprietari come l’Eula di Microsoft

 

Il software libero garantisce essenzialmente quattro libertà:

Libertà 0: Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo

Liberta 1: Libertà di studiare il programma e modificarlo.

Libertà 2: Libertà di copiare il programma in modo da aiutare il prossimo

Libertà 3: Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Nonostante questi “diritti”, rimane il dovere da parte dell’utente di citare il creatore dell’opera dopo le eventuali modifiche, nonché l’impossibilità di “chiedere” la licenza limitando le suddette quattro libertà. In altre parole, il software libero garantisce piena autonomia all’utente che può esaminarne il codice sorgente, ridistribuirlo, modificarlo purché sia citato l’autore legittimo, ed in generale di non limitare le quatto libertà fondamentali. Questo nuovo paradigma è il primo passo verso una libertà di conoscenza nel campo dell’informatica. Il nuovo modello rende possibile un utilizzo libero e consapevole del software, nel suo più ampio significato e cioè “free as a free speech not as a free beer” (libero come un discorso libero, non come una birra gratis). Alla luce di tutto ciò, è facile e immediato notare come l’etica su cui si basa il tipo di licenza creata da Stallman sia in armonia con i principi di condivisione del sapere, che sono poi a loro volta la base dell’idea di un “convivere” pacifico e non basato sulla conflittualità e sul potere di pochi. Infatti le licenze “libere” cercano di estendere, di aumentare i “diritti” degli utenti che possono: modificare, distribuire l’opera alla sola condizione di non limitare a qualcun’altro gli stessi diritti di cui loro stessi godono. La licenza GNU (successivamente la licenza GPL verrà creata alla scopo di distribuire i programmi sviluppati grazie a questo progetto) è relativa al software (la parte non fisica di un computer) e ha la caratteristica di rendere disponibile il codice sorgente del programma ovvero la sua “anima”, ciò che permette al programma di essere tale (in senso Aristotelico si potrebbe parlare di “sostanza”). Il progetto GNU venne lanciato per creare un sistema operativo completamente libero nel senso sopra esposto, un concorrente quindi del proprietario Microsoft Windows. Per questo Stallman cominciò a scrivere tutte le applicazioni necessarie per “costruire” il nuovo S.O.(Sistema Operativo). L’unico “pezzo” mancante però era il “kernel”, il nucleo, la parte più piccola ma al contempo più complessa ed indispensabile per ogni Sistema Operativo, insomma il suo cuore. Linus Torvalds però, nell’Aprile del 1991, creò un kernel derivato da Unix ma completamente libero, rilasciato sotto la licenza GPL versione 2 per permettere alla comunità di esaminarne il sorgente, nonché di modificarlo liberamente, a patto di riconoscerne la paternità. Venne così finalmente sviluppato un Sistema Operativo libero, a codice aperto, è così che nacque GNU/Linux, GNU perché tutti i programmi vennero rilasciati sotto licenza GNU, e Linux per il nome che venne dato al kernel dal suo creatore Linus Torvalds.

Parallelamente, nel mondo delle opere di ingegno (libri, musica, film) un esempio di licenza libera può essere dato dalle Creative Commons, che adottano la filosofia del Copyleft promuovendo il motto “alcuni diritti riservati” e non “tutti i diritti riservati” come avviene invece con il copyright. In questo modo la distribuzione dei poteri tra il creatore dell’opera e chi ne usufruisce è più bilanciata. Essi infatti vengono ripartiti equamente tra l’autore e l’utente al contrario del Copyright che concentra tutti i poteri e diritti al creatore e alla ditta che protegge tali diritti. Con le C.C. (Creative Commons) viene favorita un minore attrito tra le parti interessate (autore e pubblico di un opera), contribuendo quindi all’ideale di un mondo in cui il potere, la ricchezza, nonché la libertà di espressione e di pensiero siano distribuite in modo omogeneo e senza alcuna discriminazione. Il software libero, infatti, sebbene applichi questi concetti al solo mondo dell’informatica, contribuisce in modo significativo alla difesa della persona e delle sue libertà fondamentali: infatti la piena libertà di espressione e conoscenza nel mondo dell’informatica (garantita dalle licenze “libere”), in una società sempre più informatizza e tecno-dipendente, costituisce una solida, nonché indispensabile estensione di quei diritti fondamentali dell’uomo come la appunto la libertà di espressione, di conoscenza, nonché di azione.

Agguato in discoteca

La discoteca è oramai diventata, in particolar modo per i giovani, un luogo fisso d’incontro e di passatempo, un luogo dove trascorrere una piacevole serata o anche pomeriggio. La teca del disco, o discoteca richiama infatti con le sue vivide , ma ipnotiche luci, l’imbelle gregge ignaro del suo futuro macello, la strage della droga. Le persone, il gregge, infatti ormai sono la maggior parte di esse, più attratte e attente alla forma che al contenuto, venendo così ingannate dall’apparente innocenza del falso splendore delle luci della discoteca facendosi così trasportare da un’istintuale onda fatta di confusione mentale e di bisogni materiali ,che porta solo alla deriva, la deriva della nostra anima che si lascia così affogare dagli impulsi. Non si riescono a scorgere le insidie che essa rappresenta, non si è capaci di riconoscere l’ormai palese identità Discoteca=Droga una relazione chiara e abbagliante come le sue luci. Questo luogo, diventato oggi quasi di “culto”, non è solo propedeutico all’assunzione di droghe perché è facile trovarle ma soprattutto perché in assenza di esse la discoteca elabora un ingegnoso sistema per sostituirle, un metodo che permette quasi di ricavare il loro stesso effetto. Con di accensione e di spegnimento, in rapida sequenza, delle luci si riesce infatti a dare un effetto rallentato come se tutto ciò che uno vede si svolga più lentamente rispetto a ciò che normalmente abbiamo visto. Si ha quindi una significativa distorsione del reale, volta a dare, alla persona che la prova, lo stesso o quasi effetto delle droghe. Dopo alcuni minuti di questo effetto al rallentatore, accompagnato da un sottofondo musicale a dir poco ossessivo, ripetitivo e angosciante, si incomincia a percepire il mondo in maniera diversa: tutto sembra più semplice, siamo più sciolti e spensierati, tutto è molto più bello di prima anche perché noi ci muoviamo e parliamo quasi senza coscienza, sorge in noi una sorta di irresponsabilità verso ogni atto da noi compiuto. L’obbiettivo è lo stesso delle droghe, vuole donare felicità gratuità e vuole donare alle persone qualcosa di nuovo perché anche la nostra realtà non basta più, vogliamo qualcos’altro, qualcosa di nuovo, un qualcosa che ci scuota dal nostro torpore esistenziale. Mon è forse questa apparente normalità ad essere invece la più stravagante? Davanti a noi c’è un capolavoro fantastico:la creazione, il più grande e inquietante mistero di tutti i tempi. Non è fantastico poterne essere coscienti? Non è anche strano pensare che tutto sia un caso, privo di significato? Le persone che sono ossessionate dal nuovo sono quelle che meglio hanno frainteso la meraviglia della vita, la nostra grande opportunità per contemplare il creato. Inoltre si pecca anche di superbia perché non essendo interessati dalla nostra vita e dalla finta normalità si cerca qualcosa di nuovo, ma così facendo si dichiara implicitamente di conoscere la normalità. In poche parole si afferma di essere superiori e disinteressati dai grandi problemi come la creazione e altri misteri, che sono sempre nuovi, così superiori da dilettarsi nel provare qualche esperienza alternativa, una sorta di realtà parallela. Il cercare sempre qualcosa di nuovo ha a che fare con il processo di abitudine che tende a normalizzare e appiattire ogni cosa. Anche la realtà alternativa proposta dalle droghe e dalle discoteche, se praticata sempre e continuamente finirebbe per diventare normale inducendo così le persone a ricercare il nuovo nella normale realtà che apparirebbe in questo modo nuova e sorprendente, come è realmente. La sensazione che qualcosa sia per noi normale non è legata in alcun modo alla composizione o all’essenza della cosa osservata, bensì da quanto il nostro occhio la osserva, più la si contempla e più non ci appare come all’inizio, nuova e affascinante, ma normale e monotona. Anche la stranezza della nostra realtà è stata normalizzata e appiattita facendola diventare sempre uguale e scontata, levando quindi quel velo di mistero che invece bisognerebbe mettere. È compito dei filosofi porre rimedio a ciò cercando e giurando di non abituarsi mai a nulla.
Il filosofo riesce a meravigliarsi di tutto, anche delle cose ritenute normali, il filosofo unge la realtà di mistero per poi spendere tutta la sua vita per tentare di rimuoverlo, peccato che però il materiale con cui unge la realtà sia indelebile.
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Causafe (causa ed effetto) del grande meccanismo

Noi umani siamo molto bravi a maneggiare meccanismi, ovvero tutto ciò che non operi secondo un proprio pensiero o logica(computer,elettrodomestici,ecc), ma non capiamo che noi stessi in realtà siamo un po’ come loro perché noi apparteniamo ad un unico e grande meccanismo, che è l’universo che con le sue molle e rotelle si muove organicamente. Ma siamo anche un po’ diversiva loro perché, sebbene abbiamo per natura un corpo meccanico, veniamo comandati dal nostro animo che non sottostà al grande meccanismo e che quindi è libero. Il grande meccanismo universale segue gli stessi cicli e percorsi, e solo ogni tanto potrebbe sembrare che il suo ciclo cambi, ma è un’illusione perché fa parte anch’essa del grande meccanismo. Ad un certo punto però questo meccanismo si interrompe o qualcosa al suo interno cambia, qualcosa che non era prevista, che non faceva parte del meccanismo originale, un evento non previsto. Ecco che allora le rotelle cambiano direzione , luogo e posizione mettendo in discussione e rendendo vano il meccanismo che le muoveva.

E’ un Genio.

Un Genio che è in grado di annullare tutto quello che prima altri avevano affermato, un rivoluzionario che rispetto agli altri vede il mondo da un altro punto di vista, un punto capace di mettere in discussione e in dubbio tutte le conoscenze prima acquisite. Il Genio è paragonabile al meccanismo che cambia, con le sue rotelle e molle, perché anche lui va oltre il percorso prefissato dalla società o dalla scienza, scegliendo percorsi alternativi e non inclusi nel meccanismo arrivando, grazie ad essi, a conclusioni che non si sarebbero mai potute avere senza prendere vie alternative.

Violate le regole imposte dal meccanismo, scegliete altre vie, altri modi di pensare, un modo tutto vostro e sicuramente vedrete ciò che altri non hanno visto perché ciò che uno vede non può essere visto da altri, ma ciò che uno non vede può essere sicuramente visto da altri. In poche parole, ognuno avendo un punto di vista personale o unico potrà arrivare a conclusioni che possono derivare esclusivamente da quel punto e quindi essere impossibili da pensare per altri che non hanno lo stesso punto di vista o modo con cui apprendere e vedere le cose. In altre parole ancora ognuno ha sempre qualcosa da dare, ma anche altrettanto da imparare. Ricercate qualcosa di vostro e di unico e sicuramente farete conclusioni che altri non hanno fatto, ma attenzione perché il proprio punto di vista viene continuamente influenzato dall’esterno, la cosa importante è ricercarlo con convinzione e solo così si potranno vedere cose che altri non hanno visto.

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Download PDF “Causafe”

Sbarre invisibili di Lorenzo Vogelsang

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La nostra mente viene manipolata e modificata dalla nostra società e da tutto ciò che ci circonda come fosse das, affinché una volta induritasi, cioè quando si è ormai anziani, non sia più possibile modificarla rendendo così permanenti le modifiche che altri vi hanno apportato. Siamo come rinchiusi dentro una gabbia, che ci separa dall’esterno, la verità, e che così rende impossibile poter uscire dalle sbarre, che rappresentano la ignoranza, costringendoci a vivere in un mondo fittizio, un mondo dove la cosa imprigionata non è il nostro corpo, ma la nostra mente incatenata dai pregiudizi e dall’ignoranza. Si vive come dentro uno zoo, dentro una gabbia per la nostra mente, incapaci di reagire, e come animali ci viene chiesta la nostra esibizione per attirare il più possibile i visitatori, le persone libere che però non hanno voglia di liberare gli altri e che poi ritorneranno allo zoo per alimentare il grande meccanismo dello zoo umano. La prigione non è di tipo fisico, ma puramente ideologico, e quindi l’unico modo per uscire dalla gabbia, che sono solo idee, è di riuscire a trovarne altrettante di più forti per annientare o annullare quelle che ci tengono rinchiusi. Una prima libertà all’interno dello zoo la si ottiene trovando la propria chiave, la nostra consapevolezza che in realtà le sbarre non esistono, riuscendo a trovare così le idee in base alle quali le sbarre non scaturiscano alcun effetto di imprigionamento sulla nostra mente. Una volta trovata la chiave si è quasi liberi: la propria rotella collegata al grande meccanismo che ci governa incomincia, piano piano a staccarsi dal meccanismo. Molte persone però non riusciranno mai ad uscire perché non riescono a trovare la loro chiave; il loro unico modo per farlo è quello di avere la fortuna di trovare la persona che con la sua chiave riesca anche ad aprire oltre alla sua, le gabbie altrui, in grado cioè di aprire più menti. Una volta aperta la gabbia bisogna far fronte ad un altro problema: le guardie. Anche se può sembrare più semplice rispetto al trovare la chiave, sono molte le persone che una volta arrivate a questo punto interrompono il loro cammino verso la liberazione. Le guardie non sono nient’altro che i ripensamenti o le paure che l’animo può avere, in previsione della sua futura liberazione. La liberazione, se da un lato porta la facoltà incondizionata di giudizio e di scelta, dall’altro implica l’assunzione di molte più responsabilità di quando non si era liberi. E’ per questo che molte persone arrivate a questo punto preferiscono ritornare nella propria gabbia dove sanno che non correranno alcun pericolo, perché protetti dalle loro sbarre. Superati i possibili ripensamenti ci si avvia alla fine dello zoo e all’inizio della libertà. L’uscita dallo zoo rappresenterebbe le realizzazione finale dell’uomo, la sua ultima maturazione. Ogni persona trova la sua uscita a modo suo: cè chi senza un’aiutino, come dei segnali, non arriverebbe mai all’uscita, mentre altri addirittura trovano delle scorciatoie dirette per l’uscita, impazienti di avvicinarsi sempre più all’uscita. Come ogni cosa difficile la corsa verso la libertà( bisogna correre perché non si sa mai se si arriverà in tempo) offre la sua ricompensa:non una libertà vera, ma la consapevolezza di non essere tali, anche una volta usciti dallo zoo. Perché la liberta è solo consapevolezza, la consapevolezza di non essere tali. La libertà non è condizione ma consapevolezza. È un po’ come ”Io so di non sapere di Socrate” una consapevolezza di non essere tali, quasi una contraddizione. Una volta usciti dallo zoo sicuramente le persona saranno più libere di prima, ma non è all’uscita che bisogna fermarsi: bisogna continuare la propria ricerca senza mai porre limite o barriere perché così facendo non si sarà neanche lontanamente liberi o saggi. Secondo infatti l’affermazione di Socrate coincide con quella sopraccitata sulla libertà. Più si riesce a comprendere il mondo intorno a noi e più riusciremo, anche se sempre in parte e con presupposti potenzialmente falsi, a trovare la nostra libertà che nient’altro è che saggezza. Una saggezza che però deve essere disinteressata, senza un preciso fine, se non quello esclusivo di sapere. Una saggezza non corredata da pregiudizi e superbia, bensì da amore e una profonda umiltà. Bisogna conoscere i propri limiti e accettarli, bisogna quindi sapere di non sapere. Solo questa è la nostra unica e possibile certezza. Questo però non deve essere affiancato da una visione limitante e altamente riducente delle potenzialità umane, bensì deve spronare le persone a sapere sempre di più e al miglioramento collettivo. Io spero che sempre più persone riusciranno a capire fino in fondo l’incitamento di Socrate perché così facendo ci si avvierebbe sicuramente verso un mondo migliore.
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Philosophacker

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Hacker:“persona che si diverte ad esplorare i dettagli dei sistemi programmabili e che ne espande le capacita’, al contrario di molti utenti che preferiscono apprendere il minimo indispensabile ” (traduzione dal Jargon File).

Questa forse la definizione “ufficiale” del termine, ma in realtà cosa vuol dir bene questa parola?
Chi è un hacker, o meglio cos’è l’hacking?

Tutto naque negli ormai lontani anni 50 al M.I.T quando gruppi di giovani ragazzi incominciarono ad associare al termine “hack” il significato dell’odierno “goof”(goliardata), solo successivamente incominciò ad associarsi questo termine con quell’odierno di guru del computer, di “sperimentatore informatico”.
Come per tutte le grandi parole anche questa risulta difficile da definire e da “circoscrivere” in modo oggettivo, anzi credo che l’essere hacker sia qualcosa di molto soggettivo, che io tenterò di descrivere nelle prossime righe.

Innanzitutto credo che questo termine, ormai, non indichi più solamente il grande amante di informatica, il grande guru del PC, ma che il suo significato, il suo “segnale portante” possa essere annesso anche agli altri campi del sapere; l’hacker infatti è in primo luogo un amante del sapere e credo non solo quello informatico.
Infatti non si può essere veramente esperti di informatica se non si hanno anche delle nozioni di elettronica, chimica, matematica; tutti i campi del sapere sono sottilmente collegati, come se in ogni branca o disciplina esistesse nascosta una backdoor in grado di mostrarci il collegamento nascosto tra lei e le altre discipline, tutto sta nel trovarla ed è in questo che l’hacker si impegna.
L’hacker è un “curiosone”, “smonta” il mondo per apprenderne il suo funzionamento più profondo, l’hacker disasembla la realtà non per distruggerla ma casomai per ricostruirne una migliore.
Il problema dell’hacker è quello di voler sapere sempre di più, e paradossalmente più acquisisce informazioni e più si rende conto di quante ancora ne abbia bisogno, l’hacker non è mai soddisfatto, è sempre alla ricerca di qualcosa anche se forse neanche lui sa bene cosa:

“So perchè sei qui Neo, so cosa stai facendo, so perchè non dormi, so perchè vivi da solo e perchè una notte dietro l’altra lavori al tuo computer.. Tu stai cercando lui, lo so perchè a suo tempo ho cercato la stessa cosa, e quando lui ha trovato me ha detto che non cercavo qualcosa di preciso ma che cercavo una risposta. E’ la domanda il nostro chiodo fisso neo, è la domanda che ti ha spinto fin qui, e tu la conosci come la conoscevo io”(Matrix, 1999)

E’ la domanda il chiodo fisso dell’hacker, e l’hacking è la sua risposta.
L’hacker ama il sapere, ed è per questo che è un vero filosofo. Si l’hacker credo sia in realtà il filosofo moderno, colui che ama il sapere (da qui infatti il termine Filosofia, Philo in greco vuol dire amore e Sophia sapienza, quindi amore per il sapere).
L’hacker sa di non essere hacker allo stesso modo in cui Socrate affermò che l’unica cosa che in realtà veramente sapeva era che non sapeva, il famoso “io so di non sapere”.
L’hacker infatti, sa di non sapere, ma è proprio questa la spinta adrenalica in grado di alimentare il suo percorso infinito di ricerca.
L’hacker non è tale per le sue grandi, enormi conoscenze che ha nell’ambito informatico e non solo (infatti penso che ci siano molte persone con molte conoscenze ma che non sono hacker) ma più che altro per la causa di tale sapere, per ciò che lo spinge ad imparare sempre di più, e questa cosa si chiama appunto Philosophia, amore per il sapere. In questo penso si veda il vero hacker, dall’amore, dalla passione che mette nell’apprendere e non tanto nelle conoscenze che oggettivamente possiede (e che pertanto gli vengono riconosciute dall’esterno) poiché tali conoscenze sono sempre finite e sempre superabili, mentre infinita è la sua causa:l’amore e la voglia di sapere che l’ha prodotte.
L’hacking è un attitudine, uno stato mentale, un viaggio “Into the wild” alla ricerca dell’inesplorato, dell’incontaminato, alla ricerca di “un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini, un mondo in cui tutto è possibile.”(Matrix, 1999).

Gli hacker sono una comunità, a volte ribelle, ma con dei principi, degli ideali con i quali lottare, in cui credere ciecamente. L’hacker non è un criminale, Hackers Are Not Criminal, l’unico loro, crimine è di essere più curiosi del normale, e questo da fastidio al “potere” perché una persona che pensa è molto più pericolosa di una massa di ignoranti.

“Noi esploriamo… e ci chiamate criminali. Noi cerchiamo conoscenza… e ci chiamate criminali. Noi esistiamo senza colore di pelle, nazionalità, credi religiosi e ci chiamate criminali. Voi costruite bombe atomiche, finanziate guerre, uccidete, ingannate e mentite e cercate di farci credere che lo fate per il nostro bene, e poi siamo noi i criminali”(Hacker Manifesto by The Mentor).

Ma come Socrate difese i suoi ideali fino alla fine, cosi gli hacker resterranno uniti per affermare le loro ragioni e il loro modo di vedere il mondo, che è assai più profondo della società e dei suoi “soap” modelli che propone.

Infatti

“Potete anche fermare me, ma non potete fermarci tutti… Dopo tutto, “Siamo tutti uguali”(Hacker Manifesto by The Mentor)

Hacking è anche ribellione, scacco matto al sistema, lotta per garantire la libertà di comunicazione e interscambio a tutte le persone, tutti possono essere hacker poiché tutti possono volere e basta solo quello per incominciare a volare.
Hacking è Open Source, l’inno alla libertà di pensiero, hacking è tutto ciò che promovue la condiviosne del sapere, poiché un sapere non condiviso è uguale ad un non sapere. Come dice Pomponazzi “la virtù è premio a se stessa”, cioè l’hacker non è hacker per dimostrarlo a qualcuno ma per suo puro piacere, l’hacker non si vanta mai di esserlo altrimenti smetterebbe automaticamente d’esistere.

FINE
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