
Scivolose scie d’amor frusciante,
lente liquidano lontane.

Spuma spumante e spumantosa,
s’arriccia liscia, li d’in sullo scoglio
e gracchia.
E io e te voliamo, tra frammenti di colori e figure sfumate perdiamo il nostro contorno.
In una tavolozza di odori caldi , come in un caleidoscopio d’emozioni, ci amiamo.
Io, Te, Te ed Io sospesi per mano voliamo,
tra linee simmetriche,
geometrie eugenetiche,
cerimonie di colori eretiche,
dove schegge d’acciaio s’amano magnetiche, ci perdiamo
sfumando in mille ottiche epilettiche.

Morbide schegge d’acqua muoiono al suolo.
Come ripieni confetti rosa esplodono al contatto.
Sparsi schizzi schiantano l’un l’altro,
bolle d’amore color rossastro,
collassano nel cuor con estro,
e una mescita d’emozioni dentro si mischia.
Felice impiastro.

Notte scura densa e fonda,
dove l’anima si perde e a volte affonda.
Rimango chiuso nella grotta dei miei pensieri,
fermamente ancorato a ciò che rimane di ieri.
Ma quando volgo il mio sguardo verso te,
respiro l’aria, sento il mondo, vedo la libertà
e un universo di Luce m’inonda ,
e un’onda di calore la mia mente monda.
Schegge di nuvole come vapore danzano,
vagano impazzite, senza meta, senza casa ne pianeta.
Sono vagabonde, minute mine vaganti in cerca di una meta,
sono senza nazione ne religione, sono apolidi, bolidi, di una realtà segreta.
Ma quando esplodono lo fanno piano, senza traccia, coma vapore che muore sulla seta.
Non esiste un ordine,
tutto si mescola,
tutto agisce e regaisce,
e con fugacia camelontica sparisce.
Metamorfosi di vita,
trasformazioni eteree,
tutto ciò che è rimane li, immobile.
Rimane e permane, si rimescola,
gurguglia, bisbiglia, farfaglia ma leggiadro s’acquieta e non sbaraglia.
Tutto ciò che è rimane,
s’attacca alla realtà e non svanisce,
dell’immobilità il figlio concepisce.
E’ un muoversi
un andare e venire
e in questo cosa rimane?
in cosa l’universo è cambiato?
Dov’è quello che ora sto cercando?
Rimasugli.
M’avvingolo, mi strangolo, mi lacero.
Rantolo crivelli d’oltremare e macero.
Sanguino lento e verace,
lascio fuggir l’attimo ansimando senza pace.
Annaspo, rifuggo, indugio, del piacere ne faccio lutto.
E con orglioglio gorgogliante granisco l’inferne,
accendo la speranza nel frucillo che mi freme,
aspetto di lasciar germogliare il seme.
Altrimenti si sghiarrapperei le vene!
Ma seguo la danza che è in me,
lascio sfarfupagliare la mente,
sperando in futuro che sia più presto presente.
Non sono solo io credo, qualcuno mi sente!
Shh qualcuno origlia, bisbiglia , di pensier altrui la mente attanaglia.
E si macera, lacera, mi lascerà?
Acro è il sapor in bocca,
magro è il vuoto senza scocca,
sacro è il dardo che l’arco scocca,
egoista chi l’emozion’ altrui scrocca!
Ma quanti problemi attorno alla gnocca!
E’ meno ripido scalar un’intera rocca!
Almeno speriamo che dalle fatiche nasca un’albicocca..
Ma la vita sempre insegna e non fa sconti, mica è sciocca!
Rimbocchiamoci le maniche e sotto a chi tocca!
Io non so niente, se non che voglio la più gustosa albicocca,
ne voglio una intelligente, mai sciocca,
ne voglio una che sappia agli altri pensare e che mai scrocca,
ne voglio una rara difficile da prendere, in alto sulle nuvole della più bella rocca,
e allora si che la mangerei tutta, sapendo che col suo gusto il mio cuore mi schiocca.
Ed è pensando a questo che ora mangio con l’immaginazione questa succosa albicocca.